GLI ALLEVAMENTI DI POLVERE DI CARLONI E FRANCESCHETTI

Annalisa Sacchi

 

Il museo archeologico dell’Ultima Cena, disteso sul pelago o affogato sott’acqua, è quello che Carloni e Franceschetti espongono nel loro Ultima scena. I resti degradati in plastica di piatti e bicchieri sono ciò che rimane di quella vicenda, una geografia di rovine tra cui si aggirano i gabbiani.

Il titolo, che esplica un gioco allusivo al Cenacolo leonardesco, sembra fare riferimento alla qualità essenziale di una scena di cui quell’immagine è testimonianza.

Una scena è infatti ciò che predispone il luogo ad uno sguardo, è ciò che crea per sé la possibilità di una venuta, e nella Cena è precisamente la promessa di una venuta che si realizza, la figura colta nel momento in cui conserva per sé la possibilità di un ritorno.

Ciò che torna è un’Eucaristia di pane rotolato alla deriva e di vino sul fondo di una bottiglia di plastica.

Lo sguardo è reclutato, mobilitato per penetrare nel corpo plurale degli elementi, una traduzione materica delle forze, delle linee di tensione attorno a cui si organizza la scena del Cenacolo. La vicenda viene controcantata dal beccheggiare delle onde che disegnano variazioni infinite sulla riva, da un paesaggio di sabbia e di cielo.

La vita è qui limitata ai gabbiani che traversano diagonalmente gli elementi, frequentatori di acqua e terra e cielo. Su queste immagini si concentra l’intervento di animazione di Ultima scena, un lavoro in cui la figura viene passata per alambicchi successivi perché possa emergere privata di quello che non le è essenziale, da tutto ciò che non deve sembrare.

È un processo che si realizza per sovrimpressione di materia, una stratificazione di impronte che creano un vuoto saturo intorno alla figura.

Si direbbe che Carloni e Franceschetti propongano un 'Allevamento di polvere' sulle immagini trattate. Così anche il gabbiano in movimento diviene un reperto, una traccia accennata e sempre sul punto di ritrarsi dove la presenza è nel riserbo, in un ostensorio richiuso su se stesso.

La grisaille dell’immagine, ricorrente nei lavori di Carloni e Franceschetti, dialoga qui con il cromatismo discreto di un paesaggio lagunare e limbatico, interrotto dalla pennellata di rosso che colora il contenuto di una bottiglia abbandonata. Tutto il mare viene tinto per contagio, acque che diventano vino e sangue, miracolo o piaga. Il montaggio è un montare di immagini finché l’acqua prende un fuoco impossibile che incendia lo schermo.

 

Da: Fogli di critica attorno alle opere. La Biennale di Venezia, 37° Festival Internazionale del Teatro, Pompei il romanzo della cenere settembre 2005

Carloni-Franceschetti

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